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Autonomia Differenziata: cosa prevede la legge recentemente approvata

di Paolo Razzuoli

A tenere banco nel dibattito politico di questi giorni è la Legge sulla cosiddetta Autonomia Differenziata.
Un provvedimento che dopo l’ok del Senato, nella notte di mercoledì 19 giugno ha ricevuto il via libera definitivo dalla Camera dei Deputati. si tratta del ddl Calderoli, conosciuto anche come “autonomia differenziata”, approvato dall'Assemblea di Montecitorio con 172 sì, 99 voti contrari e 1 astenuto.

La materia del provvedimento è di quelle che accende gli animi e ben si presta a dare la stura alle peggiori strumentalizzazioni di un dibattito politico ormai scandito da vuoti slogan, di sovente dettati da mere esigenze di posizionamento.
Un atteggiamento che, ovviamente partendo da posizioni e da presupposti diversi, direi che si presenta deltutto bipartisan.

L'opposizione di sinistra, anziché scegliere il confronto sui contenuti, ha imboccato la strada dell'opposizione talebana e barricadera, invocando il solito tema dell'emergenza democratica e della volontà della maggioranza di spaccare il Paese. Si preannuncia anche la raccolta di firme per l'indizione del referendum abrogativo, pur conoscendone tutte le incognite e le insidie. Sarà infatti un referendum abrogativo, quindi con la previsione del quorum dei votanti.

Per la maggioranza questo provvedimento rappresenta una bandiera identitaria della Lega, che se ne infischia di tutti i problemi riconducibili alla riforma del Titolo V approvata nel 2001 dall'allora governo di centrosinistra, e successivamente confermata dal referendum confermativo.
E' opportuno ricordare che, Lega a parte, componenti politiche ora in maggioranza si schierarono allora per la non conferma della riforma. E ben fecero, visto che questa riforma è all'origine di tanti problemi. Chi agita la divisione del Paese, non farebbe male a ricordarselo.

Il rapporto fra Stato e Regioni è di assoluta serietà, e proprio per questo richiederebbe un'esame approfondito che, oltre al mondo politico, si avvalesse anche dell'apporto del mondo accademico e più in generale dell'intellettualità disponibile sul tema.
In Italia le energie per questo dibattito non mancano di certo, purché adeguatamente coinvolte.

Il tema del rapporto Stato-Regioni era anche parte della proposta di riforma Renzi-Boschi, che venne rigettata con il referendum del dicembre 2016.
In quella proposta era previsto il ritorno al centro di alcune competenze affidate alle Regioni, in particolare di quelle disciplinate dalla legislazione concorrente.
Personalmente mi trovo in sintonia con questa visione. Pertanto le mie perplessità sulla Legge "Autonomia differenziata" partono proprio dal presupposto che su varie materie particolarmente sensibili, vedi la sanità, sarebbe preferibile rafforzare le competenze ministeriali anziché ampliare gli spazi di autonomia regionale.
Al di là delle mie idee, credo che ad oltre cinquant'anni dall'istituzione delle Regioni, una politica seria dovrebbe trovare la capacità di interrogarsi sui risultati dell'esperienza, ricercando coerenti strumenti per correggerne le storture.
Parlando con molte persone, anche ben fornite di idonei strumenti di analisi, sembrerebbe assai consolidata la convinzione che le Regioni, così come sono, abbiano bisogno di una profonda revisione. Un tema ricorrente è quello dell'eccessiva elefantiasi burocratica, dell'eccessivo costo gestionale, della loro quantità quindi della loro dimensione, dell'essere sede di inaccettabili e molteplici privilegi politici.
Non è questa la sede per approfondire ulteriormente questi temi: non posseggo gli strumenti per spingermi oltre; è però la sede per dire che il tema della fisionomia e funzionamento delle Regioni, quali enti cerniera fra il centro ed i territori, non può essere certo ridotto ad un provvedimento che, sostanzialmente, risponde solo ad un bisogno identitario di una forza dell'attuale maggioranza.
Naturalmente ribadisco anche l'inadeguatezza dell'opposizione che, anziché incalzare la maggioranza sui contenuti (peraltro su un tema di assoluta importanza per il funzionamento delle nostre istituzioni di governo), preferisce inalzare barricate con la speranza di lucrare qualche consenso in più.

Purtroppo non c'è molto da sperare da una politica sostanzialmente iretita nella "dittatura del presente", sorda e cieca a qualsiasi richiamo sulla necessità di una progettualità a medio-lungo termine, che sappia quindi guardare oltre ciò che apparentemente può pagare nell'immediato in termini di consensi elettorali.

Dopo queste considerazioni iniziali, provo ora ad entrare nel merito del provvedimento, con una semplice premessa: stante la complessità delle procedure previste, sarà molto difficile che, almeno in tempi medio-brevi, possa produrre effetti concreti.

Il testo, in 11 articoli, stabilisce le regole con cui alcune regioni potranno chiedere maggiore autonomia nella gestione di specifiche materie. Cosa prevedono gli 11 articoli? È una legge procedurale per attuare la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001.
Definisce le procedure legislative e amministrative per l’applicazione del terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione, ovvero quello che definisce le intese tra lo Stato e quelle Regioni che chiedono l’autonomia differenziata nelle 23 materie indicate nel provvedimento.

Cos’è e cosa prevede la legge sull’autonomia differenziata

L’iniziativa è delle Regioni. Le richieste di autonomia devono partire su iniziativa delle Regioni una volta sentiti gli enti locali. “Ogni Regione può chiedere più autonomia in una o più materie e le relative funzioni. Segue il negoziato tra il governo e la Regione per la definizione dell’intesa preliminare”.

23 materie

Le materie su cui può essere chiesta l’autonomia sono 23. Tra queste: Tutela della salute, Istruzione, Sport, Ambiente, Energia, Trasporti, Cultura e Commercio estero. Le materie definite dai Lep, Livelli essenziali di prestazione, sono invece 14. I Lep. La concessione di una o più “forme di autonomia” è subordinata ai criteri che determinano il livello di servizio minimo che deve essere garantito in modo uniforme sull’intero territorio nazionale (Lep). La determinazione dei costi e dei fabbisogni standard avverrà dopo l’indagine della spesa storica dello Stato in ogni Regione nell’ultimo triennio.

L’articolo 4

Modificato al Senato da un emendamento di FdI, stabilisce i principi per il trasferimento delle funzioni alle singole Regioni (concesso solo dopo la determinazione dei Lep e nei limiti delle risorse in legge di bilancio), senza i quali non ci sarà autonomia.

La regia dei ministri

Prevista una cabina di regia al Dipartimento per gli affari regionali e le autonomie, composta dai ministri competenti. I suoi compiti saranno: effettuare la ricognizione del quadro normativo per ogni funzione amministrativa sia statale sia delle regioni ordinarie, e l’individuazione delle materie dei Lep sui diritti civili e sociali che devono essere garantiti in tutto il territorio nazionale. Due anni di tempo. Il governo entro 24 mesi dall’entrata in vigore del ddl dovrà varare uno o più decreti legislativi per determinare livelli e importi dei Lep. Mentre Stato e Regioni avranno 5 mesi per l’accordo. Le intese potranno durare fino a 10 anni e poi essere rinnovate. Oppure potranno terminare prima, con un preavviso di 12 mesi.

L’ultimo articolo

Oltre a estendere la legge anche alle Regioni a statuto speciale e le province autonome, nell’articolo 11 c’è la clausola che specifica che l’esecutivo può sostituirsi agli organi delle Regioni, delle città metropolitane, delle province e dei comuni quando si riscontri la loro inadempienza.

4 paletti azzurri

A poche ore dal traguardo la Camera ha approvato 4 ordini del giorno con cui FI ha messo la ‘bandierina’ sul ddl, e che prevedono: stop a negoziati con le Regioni fino alle definizioni dei Lep; la relazione tecnica sull’impatto finanziario; l’analisi dell’impatto del trasferimento di materie non-Lep; l’applicazione “rigorosa” della facoltà del Cdm di limitare l’ambito delle materie oggetto di intesa.

Sin qui qualche indicazione sul provvedimento.
Per chi volesse saperne di più, rimando a tre documenti allegati:
1) Il testo del provvedimento;
2) Un'intervista al Prof. Nicola Rossi, dell'Istituto Bruno Leoni di Trento, in cui esprime valutazioni interessanti sul provvedimento;
3) L’autonomia differenziata non è l’Apocalisse, tra ignoranza e malafede ecco come funziona un processo democratico
Di Claudio Velardi.

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