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"Riunire i riformisti in una casa nuova" - Marattin: “Ecco perché mi candido per il dopo Renzi, in Italia Viva qualcuno usa tecniche da grillino”

 

Intervista a Luigi Marattin di Aldo Torchiaro

 

 

Terremoto post-elettorale: Italia Viva celebra a ottobre un congresso straordinario per ricostruire il progetto centrista e il deputato Luigi Marattin annuncia al Riformista che correrà come leader. «Serve un progetto per la crescita e il garantismo che guardi oltre gli steccati»

 

 

Dopo la sconfitta delle Europee si è aperta nei partiti del centro riformista una fase di riflessione.

Italia Viva – con Matteo Renzi che ha preannunciato il passo indietro – andrà a congresso in autunno per eleggere il suo nuovo leader. Abbiamo chiesto come si prepara per quel passaggio l'economista Luigi Marattin, professore associato di Economia all'Università di Bologna e deputato di IV.

 

La crisi del progetto Stati Uniti d'Europa e quella parallela e identica di Azione, dopo il naufragio del Terzo Polo, indica che è fi nito un ciclo? Lei da un anno, insieme con Costa, ripete che è stato un errore abbandonare il disegno unitario…

«Da un anno Enrico ed io giriamo l'Italia per dimostrare che su contenuti e prospettiva politica non vi è differenza tra Iv e Azione, e a fine mese riprenderemo a farlo. La rottura del Terzo Polo è stato un crimine politico, di cui il deludente risultato di domenica è solo una conseguenza. Per il resto si, credo che il risultato delle elezioni europee – anche per come erano state impostate le campagne – abbia rappresentato la fine definitiva di un ciclo. Che ha iniziato a finire proprio con la rottura del Terzo Polo nell'aprile 2023».

 

Matteo Renzi ha annunciato il suo passo indietro e indicato un iter. Congressi di IV in autunno “con nomi nuovi” e una fase costituente che guarda oltre Italia Viva, a un soggetto unico più esteso, con chi ci sta. Condivide il percorso?

«Si. Io con Matteo parlo sempre, e ci diciamo sempre tutto senza veli e senza giri di parole. Ci prendiamo in giro, scherziamo ma ragioniamo sempre senza maschera. Per questo mi piace molto parlare con lui, anche perché ogni volta – persino dopo tanti anni – imparo qualcosa. Lui sa che la categoria che preferisco in politica non è la fedeltà (che per qualcuno è l'unica cosa da poter usare), ma la lealtà. E io con lui sarò leale sempre, e lui lo è stato sempre con me».

 

I problemi caratteriali di qualcuno hanno avuto la meglio sulla politica. Un effetto esasperato del leaderismo, diventato cifra imprescindibile della politica?

«La rottura del Terzo Polo non è stata una questione caratteriale, ma politica. Mancanza di fiducia e errori colossali, da parte di Calenda e non solo.

Ma basta parlare del passato, dobbiamo costruire il futuro. Sul leaderismo, ho detto molte volte che dobbiamo passare dai partiti ai quali ci si iscrive perché ci piace il leader a quelli a cui ci si iscrive perché si crede nella visione di società che quel progetto politico esprime. Progetto fatto da leadership, classe dirigente, contenuti e organizzazione. Se te ne manca anche solo una, non hai davvero un progetto».

 

Ci può essere la sua candidatura per guidare questa transizione?

«Si, stavolta penso di mettermi in gioco direttamente. Spero che ci sia correttezza».

 

Perché, ha sentore che potrebbe non essercene?

«Ieri qualcuno ha detto che invece di fare campagna per le europee sono stato in spiaggia, e sui social questa frase è stata persino associata ad una mia foto in ciabatte e pantaloncini. Io che per queste elezioni ho fatto 14 iniziative dal nord al sud, come possono testimoniare foto, post e soprattutto i candidati che ho appoggiato. Sono tecniche tipiche del M5S. Forse qualcuno, privo di altre prospettive, sta pensando già ad una futura ricollocazione in quel partito. Mi pare abbiano le carte in regola. Ma a questi attacchi, come ci ha insegnato Matteo, rispondo con un sorriso».

 

C'è uno spazio autonomo e equidistante per riformisti e centristi, in un sistema che finisce spesso per rivelarsi bipolare?

«Non credo che questo bipolarismo trainato dai populismi rappresenti davvero tutta l'Italia. Né credo che, stando così le cose, ci si possa accasare in uno dei due poli nell'impossibile missione di condizionarli. Penso che in Italia ci sia uno spazio enorme per un'offerta politica autenticamente liberal-democratica e riformatrice, capace in primo luogo di recuperare quei 10 milioni di italiani che dal 1992 ad oggi hanno smesso di votare. Sta a noi saperla costruire».

 

Se si riuscisse a mettere d'accordo tutti i riformisti presenti in Parlamento– con Iv, Azione e +Europa – si potrebbe ipotizzare anche un gruppo unico?

Un Renew italiano?

«Il gruppo unico Iv-Azione ce l'avevamo, e funzionava benissimo: non ci siamo mai trovati in disaccordo su un singolo emendamento o questione. Per questa legislatura la vedo difficile: prima dobbiamo prendere atto della fi ne di un ciclo e ricostruire daccapo tutto, creando le condizioni politiche per un nuovo progetto per le elezioni del 2027. Ma deve essere un progetto che parta dal basso, coinvolgendo energie nuove. E non dalle lotte intestine tra gruppi dirigenti».

 

Il dialogo con il Pd di Schlein e i suoi riformisti avrebbe comunque la meglio con quello con lo schieramento guidato da Meloni?

«La linea del Pd di Schlein al momento è qualcosa a metà tra Rifondazione Comunista e il M5S. Quella della Meloni è un misto tra Vannacci, Claudio Borghi e Marine Le Pen. Quindi al momento no, grazie: nessuno dei due. Credo che ci sia un'Italia che non si sente rappresentata da questi schieramenti, e chieda a gran voce qualcosa di diverso».

 

Un soggetto nuovo che punta alla doppia cifra e include tutti, da quali temi deve partire?

«Da trent'anni abbiamo uno dei tassi di crescita medi più bassi del Pianeta, non bisogna parlare di redistribuzione del reddito ma di creazione di reddito e distribuzione di opportunità. Il paese non cresce più non perché lo Stato non spende più abbastanza (come dice la sinistra) o perché si sono aperti i mercati (come dice la destra), ma perché il Paese fin dagli anni Settanta ha spento i motori della produttività e non ha saputo adeguarsi alla rivoluzione della globalizzazione».

 

Le contestano un'apertura generosa verso un personaggio controverso come il premier liberista argentino Milei. Non ci dirà che serve una motosega anche per l'economia italiana?

«Come tutti, Milei alterna cose buone a sonore sciocchezze. Non mi piacciono seghe, ruspe o altre metafore. Ma di fronte ad una spesa pubblica corrente primaria che negli ultimi trent'anni è cresciuta mediamente ogni anno quattro volte più del reddito, di fronte a sprechi diffusi nella pubblica amministrazione e rifiuto di adottare ogni politica che favorisca valutazione, merito e competenze, occorre una decisa azione di riforma. E occorre il coraggio di saperla far diventare popolare, non elitaria o professorale».

 

Qua e là, questo nuovo soggetto riformista potrebbe sostenere le riforme del governo Meloni?

«In questa legislatura sia IV che Azione hanno sostenuto il governo quando ha fatto cose liberal-democratiche (Ucraina, energia, delega fiscale) e l'hanno contrastato quando ha perseguito populismi e conservatorismi (quasi sempre). Se davvero facessero la separazione delle carriere non solo voteremmo a favore, ma festeggeremmo. Mentre premierato e autonomia differenziata sono due riforme sbagliate. Su cui però occorre presentare proposte alternative concrete.

La politica deve tornare a essere confronto tra idee e ideali, e non contrapposizione di curve ultrà».

 

(da il Riformista – 12 giugno 2024)

 

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