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Una riforma buona. E un'altra no

 

diAngelo Panebianco

 

Il governo Meloni è impegnato nel tentativo di riformare la Costituzione su due rilevantissimi aspetti: la forma di governo e l’organizzazione giudiziaria. Solo che il primo progetto di riforma, quello sulla forma di governo (il premierato), è, allo stato, un cattivo progetto, davvero mal congegnato e il secondo (giustizia) è invece molto buono. Chi scrive — giusto per ricordare che è un’antica convinzione — pubblicò il primo articolo a favore della separazione delle carriere dei magistrati (seguito da tanti altri nel corso del tempo) sul Corriere nel lontano 27 settembre 1993.

Se passasse la riforma dell’organizzazione giudiziaria nella forma in cui è stata proposta ne deriverebbero due conseguenze. La prima farebbe sentire i suoi effetti soprattutto nel medio-lungo termine. La seconda avrebbe invece un effetto immediato, istantaneo. Con la separazione delle carriere e la nascita di due Consigli della magistratura separati si avvierebbe un processo, inevitabilmente lento (i cambiamenti di abitudini e soprattutto di mentalità hanno bisogno di molto tempo per manifestarsi), che porterebbe i giudici e i procuratori a percepirsi, come è assolutamente necessario in uno Stato di diritto di ispirazione liberale, come appartenenti a due categorie diverse, categorie che necessitano di professionalità distinte. Giudice e procuratore cesserebbero di essere legati da un vincolo di colleganza. Ne deriverebbe un equilibrio fra accusa e difesa nel processo che è il vero succo della giustizia liberale.

Si potrebbe finalmente costituire quel gioco di «pesi e contrappesi» entro l’organizzazione giudiziaria che è sempre (quale che sia l’ambito considerato) l’unica vera garanzia contro concentrazioni e abusi di potere. La cosiddetta «cultura della giurisdizione» con cui certi magistrati hanno fin qui difeso l’indifendibile, ossia l’unità delle carriere, non ha mai potuto surrogare la mancanza di un assetto basato sui checks and balances (controlli e bilanciamenti reciproci). Noto un aspetto tutt’altro che secondario. Un Csm di giudici avrebbe tutto l’interesse a sollecitare nel Paese l’accettazione (da parte dei mezzi di comunicazione come dei cittadini comuni) di un principio, fin qui ampiamente calpestato, nella testa delle persone, nel costume: il principio di non colpevolezza dell’imputato fino a sentenza. Rivendicando la propria funzione e il proprio ruolo i giudici avrebbero tutto l’interesse a pretendere dall’opinione pubblica di abbandonare l’attuale malcostume che spaccia per «sentenza di condanna» qualunque atto emesso da un procuratore contro chicchessia (dall’avviso di garanzia alla richiesta di custodia cautelare).

 

Se la separazione delle carriere richiederebbe tempo per fare di quello italiano un sistema di giustizia finalmente congruente con i principi di una democrazia liberale, il sorteggio adottato per la scelta dei membri togati del Csm avrebbe invece un effetto immediato: toglierebbe alle correnti organizzate il loro ruolo attuale di decisori di fatto delle carriere dei magistrati.

Oggi le correnti organizzate, piazzando propri membri nel Csm, controllano e contrattano fra loro le carriere. Il sorteggio metterebbe la parola fine a tutto questo. Certamente, come in tutte le organizzazioni burocratico-professionali, i magistrati fra loro culturalmente, o anche ideologicamente, affini continuerebbero a cercarsi e ad aggregarsi (nel ché, di per sé, non c’è proprio niente di male) ma finirebbe lo strapotere delle correnti. I capi delle correnti organizzate della magistratura temono certamente che la riforma colpisca al cuore il sistema correntizio. E hanno, dal loro punto di vista, perfettamente ragione. Insieme alla separazione delle carriere l’indebolimento del correntismo organizzato farebbe un gran bene al nostro sistema di giustizia.

Termino tornando al punto di partenza. Perché il progetto di riforma della giustizia è un buon progetto e quello del premierato attualmente non lo è? Ci sono sia ragioni tecniche che ragioni politiche. Il progetto della riforma della giustizia è, tecnicamente parlando, un buon progetto perché si deve a un uomo (il guardasigilli Nordio) che conosce perfettamente la materia oggetto della riforma. Ma c’è anche una condizione politica favorevole: il fatto che la riforma è condivisa (o almeno così sembra al momento) dall’intera coalizione di governo. Molto diverso è il caso del premierato. La proposta è assai deficitaria sul piano tecnico. Come hanno benissimo illustrato i costituzionalisti non schierati per principio contro il cambiamento della forma di governo. Anzi favorevoli, ma a patto che la riforma sia tecnicamente ben congegnata. Pesano poi sul progetto di premierato le condizioni politiche. È evidente che, così come è stata fino ad ora proposta, la riforma è il frutto di spinte e controspinte, di tiri alla fune, all’interno della coalizione di governo: il punto di equilibrio, o di ricaduta, entro una coalizione le cui componenti sono, sul tema premierato, fra loro divise. Insieme, ragioni tecniche e ragioni politiche differenziano il progetto di riforma della giustizia da quello della forma di governo. Il primo sembra un cigno mentre il secondo, allo stato, è un brutto anatroccolo.

 

(da www.corriere.it - 1 giugno 2024)

 

 

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