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La crisi della democrazia - Angelo Panebianco: “Politica-show, oggi governano gli influencer. Macron debole, i Draghi vanno valorizzati”

di Aldo Torchiaro

Il politologo liberale condivide con Il Riformista i suoi timori: «Quando le urne avranno parlato, cosa sarà dell’alleanza occidentale? Mancano gli statisti, oggi abbiamo influencer. Ma dalle crisi, insegna la storia, emergono i nuovi leader»

Abbiamo chiesto di analizzare la fotografia politica dello scenario italiano ed europeo ad Angelo Panebianco, che il pubblico conosce per i suoi trent’anni da editorialista del Corriere della Sera. Panebianco è professore emerito dell’Alma mater – Università di Bologna, dove negli ultimi anni ha insegnato Sistemi internazionali comparati presso la Facoltà di Scienze politiche, e insegna presso lo IULM di Milano.

Un periodo storico di grandi incognite, quello che viviamo. E di grande crisi della politica. Come diceva Flaiano, la situazione è grave ma non seria?
«No, no. La situazione è molto grave e molto seria. Per due ragioni, per l’effetto combinato delle elezioni europee ed americane. Il problema vero sarà quando si sarà fermata la polvere. Quando le urne avranno parlato, bisognerà capire cosa rimane dell’alleanza occidentale. E lo si capirà dopo le elezioni europee e quelle americane».

Noi andiamo a votare tra dieci giorni, per gli Stati Uniti c’è più tempo.
«La grande incertezza saranno le elezioni europee. Un successo forte di forze come quella dell’estrema destra tedesca, per esempio, inciderà non solo sugli equilibri del Parlamento europeo ma sulla Germania. Le elezioni europee sono sempre una sorta di sondaggio in cui si misura la forza dei vari schieramenti. E avrebbe un impatto sul governo tedesco, particolarmente fragile in questa fase».

Non vale solo per la Germania.
«No, infatti: vale per l’Italia, la Francia…»

Con un riflesso immediato sull’Ucraina.
«L’impatto maggiore e quasi immediato sarebbe proprio sull’Ucraina, sì».

La postura internazionale di Giorgia Meloni per il momento è stata lineare.
«Se prendiamo le due forze principali del governo e dell’opposizione, per il centrodestra Giorgia Meloni e per il centrosinistra il Pd, vediamo come hanno due ambiguità opposte. Meloni ha un atlantismo chiaro e coerente. Ma è ambigua sull’Europa. Lo schieramento di cui fa parte ha idee di fondo poco europeiste. Al contrario, il Pd è europeista ma è totalmente ambiguo sull’atlantismo. Tarquinio va nella stessa direzione di Corbyn. E vedo anche l’ex segretario del Pd, Nicola Zingaretti, andare sulle stesse note: usciamo dalla Nato allegri e contenti… Direi che la situazione è ben rispecchiata dalla maggioranza e dall’opposizione, perché non c’è una coerenza di atteggiamenti sulla politica estera».

Non una novità, per un Paese che ha sempre giocato di rimessa sui tavoli internazionali. Facendo acrobazie diplomatiche, prestandosi al dialogo con tutti. E oggi che la guerra bussa alla porta, non abbiamo niente da metterci.
«Sì, una situazione che deriva da decenni di congelamento della nostra politica internazionale, dal dopoguerra in poi: le scelte atlantiche e europeiste erano fatte a monte e semplicemente non bisognava toccare niente. Ora i nodi vengono al pettine».

Abbiamo anche delle speranze. C’è Mario Draghi, che forse può ancora giocare un ruolo in Europa.
«Tutti i Paesi hanno delle eccellenze, delle personalità di qualità. Intanto bisogna vedere quanto i Draghi vengono valorizzati quando si arriva nelle trattative tra i governi: il grande prestigio di queste personalità deriva anche dal fatto di non essere partitizzate, ma questa stessa caratteristica è il loro tallone d’Achille. L’indipendenza su certi tavoli si traduce in debolezza. E quando bisogna prendere decisioni, ciascuno deve mettere il cappello sul proprio. Quando la grande personalità non appartiene a nessuno, paradossalmente può risultare meno forte».

Emmanuel Macron che partita sta facendo?
«Quella di un uomo debole. Un uomo senza maggioranza in Parlamento che rischia grosso, da quel che dicono i sondaggi. Le Pen ha più del doppio del suo consenso. E lui cerca di compensare con dichiarazioni sul piano internazionale che spiazzano tutti, perché non le concorda con nessuno. Dunque dice cose giuste che diventano subito, agli occhi dell’Europa, sbagliate».

Situazioni di crisi grave, per la democrazia e per le democrazie europee, ne abbiamo avute tante in passato. Il terrorismo, gli anni di piombo, il sequestro Moro. La guerra fredda.
«Un attimo, sta parlando di un altro mondo. Di quando c’erano i partiti. I grandi partiti. Le scuole di politica. Tutto un altro sistema, che infatti produceva grandi leader: Moro, Berlinguer, Craxi soppesavano ogni parola. Oggi se ne dicono al vento, con uno scenario aperto a ogni avventuriero. Si spera che insieme agli avventurieri arrivi qualche statista».

Oggi le novità di stagione si chiamano Vannacci, Santoro, Tarquinio
«Tutti personaggi che al dunque, davanti a voti cruciali, voterebbero nello stesso modo. Non è un caso».

Come si recupera quello spessore che la politica sembra aver smarrito? Cultura politica, carisma, leadership?
«Bella domanda. Se lo sapessi, sarei felice. Al momento non c’è risposta. Quando le situazioni diventano davvero gravi – a volte, non sempre – i leader vengono fuori. Il pericolo, la paura possono creare il leader con la stazza giusta, la qualità giusta. Ma è una speranza che baso sui precedenti storici. Per il futuro, non ce lo garantisce nessuno».

Hanno approvato la separazione delle carriere dei magistrati. Adesso speriamo nella separazione tra la carriera politica e quella dell’influencer
«Sì. Ed è molto complicato. La crisi dei partiti, delle organizzazioni e contemporaneamente il rafforzamento dei social hanno tolto ai partiti il monopolio della comunicazione pubblica. Una volta erano i leader e le loro strutture a organizzare la comunicazione: parlavano sui giornali, e poi in tv, per dare le loro parole d’ordine, e indirizzavano il dibattito. Oggi lo spazio pubblico è appannaggio dei social, che ha le sue dinamiche».

Viviamo in quella che Guy Debord preconizzava già cinquanta anni fa, una grande società dello spettacolo?
«E già da molti anni ormai. Di questa società dello spettacolo sono figli i politici di oggi, che hanno i ritmi veloci di una battutina, di un tweet, di una sparata che dura il tempo di un video virale. Ed è ovvio che in questo contesto il confronto pubblico, il dibattito politico ne risulta svilito. Svuotato».

Perfino la presidente del Consiglio che incontra il presidente di Regione e lo fredda: “Sono quella stronza della Meloni”?
«Sì, sta dentro a quel contesto di show politico permanente. Ma risponde a un fatto specifico, un regolamento di conti tra Giorgia Meloni e Vincenzo De Luca. Tutti e due influencer, certamente. Due persone di spettacolo che fanno tutto in modalità social. Al momento non ci si può fare niente».

La sento amareggiato. Preoccupato, perfino.
«Sono molto preoccupato. Non siamo solo noi in questa situazione, lo sono anche gli altri. Tutta l’Europa sta attraversando una fase difficile per le democrazie che mi ricorda gli anni Venti e Trenta del Novecento. Anche allora c’era molto scetticismo verso le istituzioni, per ragioni interne e esterne. Come un secolo fa, dobbiamo tornare a credere alla qualità della politica e alla forza della democrazia, anche se oggi non va più tanto di moda».

(da www.ilriformista.it - 30 maggio 2024)

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