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Dopo il voto del 4 marzo.
I moderati senza una rotta

di Francesco Verderami

Dopo la Dc il «ceto moderato» aveva trovato il suo baricentro nel centrodestra a trazione berlusconiana. Ma il sorpasso su Forza Italia operato da Salvini nelle urne e la leadership conquistata dal segretario della Lega cambia la natura della coalizione

Alla vigilia delle elezioni uno studio di Swg sulle identità politiche degli italiani aveva proposto un’analisi comparata tra il 2013 e il 2018: cinque anni prima i cittadini che si definivano «ceto moderato» erano il 36%, cinque anni dopo si erano ridotti al 21%. Quella che è sempre stata la maggioranza relativa del Paese è diventata un’area di minoranza rispetto a nuove «etichette», nelle quali ormai si riconosce gran parte dell’opinione pubblica nazionale. È tempo di cambiare le categorie della politica? Si è forse conclusa la lunga stagione che ha attraversato la Prima e la Seconda Repubblica? O più semplicemente quanti erano chiamati a rappresentare le istanze del «ceto moderato» non sono stati più in grado di farlo? Perché il «ceto moderato» comunque continua a esistere, dopo la Dc aveva trovato il suo baricentro nel centrodestra a trazione berlusconiana.

Ma quel centrodestra non esiste più: il sorpasso su Forza Italia operato da Salvini nelle urne, e la leadership che il segretario della Lega ha conquistato nelle trattative sulle presidenze delle Camere, cambia la natura della coalizione. E ne cambia anche le prospettive. È vero che il progetto di Lega-Italia non è che la riedizione del Pdl, prima costruito e poi sciolto da Berlusconi, ma è altrettanto vero che la sua linea nazionalista contrasta con la tradizione popolare ed europeista nella quale il fondatore dell’alleanza si è sempre riconosciuto. A questo punto Berlusconi, che per venticinque anni è stato la voce di gran parte del «ceto moderato», può ancora rappresentare quell’area di opinione pubblica? Oppure serve qualcosa di nuovo e qualcuno nuovo che raccolga il testimone? E qui emergono i problemi. Dentro Forza Italia, per varie ragioni, il tema del futuro non si è mai posto perché così era peraltro imposto dal leader (anche) con la forza dei numeri, oltre che del suo carisma. Ma il futuro è arrivato, cogliendo di sorpresa una classe dirigente che rivela i suoi limiti.

Mentre il vecchio impero viene occupato da nuovi conquistatori, che dimostrano una capacità di azione politica pari alla determinazione con cui la impongono, si assiste al frenetico agitarsi di quanti — per ambizioni personali, istinto di sopravvivenza e spirito di adattamento — cercano soltanto di non venire travolti dal nuovo. Manca chi sappia proporre un progetto, offrire un orizzonte. Nessuno sembra essere né avere voce. L’ultimo tentativo di arrocco era stato la riforma del modello di voto, concepita insieme al Pd con l’intento di costruire — dopo le urne — delle larghe intese sul modello europeo dell’alleanza tra popolari e socialisti, come già in Germania e in Spagna. Se il Rosatellum ha avuto un effetto di sistema opposto, c’è un motivo: la riproposizione della rivoluzione liberale (datata 1994) ha evidenziato in campagna elettorale un’assenza di idee che ha amplificato il senso di frustrazione del «ceto moderato» colpito dalla grande crisi.

Così il Paese ha scelto la via del cambiamento radicale. La forza centrifuga che questa autentica rivoluzione politica sta producendo potrebbe portare alla marginalizzazione e poi alla dissoluzione delle aree moderate e riformiste, oppure alla loro scomposizione e alla nascita di un nuovo progetto. D’altronde un processo di osmosi tra i blocchi che si sono contrapposti nella Seconda Repubblica era iniziato: in fase embrionale con le larghe intese ai tempi del governo Letta, e in maniera più visibile con il patto del Nazareno nell’era renziana. Il Rosatellum, con le sue finalità di governo, è l’indizio più evidente.

Si vedrà se un’operazione macroniana avrà tempo e spazio per realizzarsi anche in Italia. E se Salvini e Di Maio — che si propongono come i fondatori della Terza Repubblica e di un nuovo bipolarismo — daranno tempo e spazio agli avversari per costruire un simile progetto. In ogni caso servirebbero nuovi attori per un’operazione che si porrebbe come area di rappresentanza alternativa a quella sovranista e populista. Ma il futuro è oggi. La sfida che sta per iniziare con le consultazioni per la formazione di un governo, garantisce a Berlusconi ancora un ruolo importante, con la consapevolezza però che l’unità del centrodestra non è un valore in sé. Certo, nessun leader può essere insensibile alla necessità di dare stabilità al Paese. Sarebbe tuttavia complicato assecondare progetti che allontanerebbero il suo partito dall’area di riferimento europea, dove Forza Italia esprime il presidente del Parlamento. E sarebbe ancor più difficile spiegare al «ceto moderato» come si possano combinare le tesi liberali sostenute per venticinque anni con il reddito di cittadinanza.

(dal Corriere della Sera - 25 marzo 2018)

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