logo Fucinaidee

Verso il voto del 4 marzo. - Senso di responsabilità anzitutto

di Paolo Razzuoli

Negli ultimi 20 anni ho avuto l'impressione che ogni campagna elettorale sia stata peggiore della precedente. Certo, può essere una sensazione deltutto soggettiva, magari legata all'invecchiamento, ma non sono certo fra coloro che guardano solo all'indietro, rimpiangendo "I bei tempi andati", quasi una felice "Età dell'oro" ormai senza possibilità di ritorno.
L'età dell'oro (o età aurea) è - come noto - un tempo mitico di prosperità e abbondanza. L'espressione italiana ricalca il latino aurea aetas.

Mitologia a parte, il confronto va diritto ai tempi della cosiddetta "Prima Repubblica", un periodo che, se pur con intensità diverse è stato contraddistinto da uno sviluppo senza precedenti, da un saldo rapporto di fiducia fra società civile e classe politica che si esprimeva attraverso una altissima partecipazione al voto ed alla vita dei partiti, allora solide organizzazioni di intermediazione fra cittadini ed istituzioni politiche.
Naturalmente occorre tenersi distanti da nostalgiche mitizzazioni: la politica non è mai stata semplice, e anche allora vi erano scontri, sgambetti, ipocrisie, tradimenti...
Ma il clima generale era diverso: lo era nel modo di rapportarsi della politica con i cittadini, lo era nel rapporto di generale fiducia che la pubblica opinione aveva nella politica, pur nella diversità delle opinioni e di scontri anche molto aspri, che hanno costituito la cifra di particolari fasi della storia repubblicana.

Oggi è proprio il rapporto fra politica e cittadinanza che è profondamente cambiato. Anzi, è più corretto dire che questo rapporto è venuto meno, con il rischio che le istituzioni politiche democratiche possano vacillare, non a causa di fantasiosi pericoli provenienti dalla ricomparsa di fantasmi della storia ormai consegnati al passato, bensì da uno svuotamento dall'interno delle istituzioni medesime.

Il tema vero è quindi quello di riflettere sul futuro, provando a proporre una visione complessiva e credibile. E qui cominciano i problemi per tutti gli attori in campo.
Esaminando l'attuale campagna elettorale (non so se la peggiore che ho attraversato), non può sfuggire la povertà delle proposte rispetto ai temi veri che una classe politica autenticamente di governo dovrebbe saper proporre.
Gli attori si rincorrono su chi la spara più grossa, incuranti della realizzabilità delle promesse elettorali o della contraddittorietà delle medesime, preoccupandosi esclusivamente di lusingare l'interlocutore di turno.

Non deve quindi stupire il sostanziale distacco con cui la gente vive questa campagna elettorale, così come non può stupire il crescente astensionismo, direttamente proporzionale all'incapacità o alla mancanza di volontà della classe politica nel dare risposte a domande di cambiamento provenienti dalla società civile. Una mancanza di risposte che genera rabbia e risentimento, posto che viene interpretata (giustamente) come frutto dell'arroganza di una classe politica sempre pronta a serrare le fila per difendere interessi e privilegi di casta.

Sarebbe ingenuo chiudere gli occhi su questa realtà. Tuttavia sarebbe altrettanto pericoloso fare d'ogni erba un fascio, ignorando le differenze fra gli attori in campo. Occorre, detto con un adagio popolare, evitare che "il rimedio sia peggiore del male". E su questo la storia ci offre ottime lezioni che è bene non dimenticare.

E la prima lezione è quella di non affidarsi ai populisti, di qualunque etichetta. Non tanto per la loro "presunta" pericolosità per le istituzioni democratiche, ma semplicemente perché non hanno alcuna prospettiva politica seria per il nostro futuro. Ma chi sono i populisti? Rispondo con il politologo Nicola Matteucci: Sono coloro che si fanno portatori di idee semplici e passioni elementari. Ebbene, costoro possono certo parlare alla pancia della gente, soprattutto - come ora - quando è arrabbiata, ma non hanno le carte in regola per proporre un disegno di prospettiva, in particolare in un tempo di complessità qual è quello che stiamo vivendo.
L'Italia, come ogni altro Paese, vive oggi in uno scenario globalizzato che richiede grande capacità di visione e di progettualità; proprio in ciò infatti consiste quella capacità di governo della globalizzazione che giustamente viene reclamata. Un'attitudine di governo che può solo essere espressa guardando in avanti, e non ripiegandosi su cifre di un passato, quale il ritorno a visioni nazionaliste, che hanno costituito il punto di avvio di processi storici di esiti drammatici.

Di fronte al montare dell’anti-europeismo, agli elettori si chiede l'assunzione di un forte senso di responsabilità, scegliendo, con chiarezza, quelle forze che senza esitazione si battono per questa prospettiva.
E alle forze europeiste va chiesto di indicare con chiarezza e concretezza proposte di riforma che rafforzino il nostro legame con l'Europa, posto che il rafforzamento del rapporto con essa è la condizione della nostra crescita e sicurezza. Lue non potrà rimanere a lungo prigioniera dei veti interni, esercitati principalmente dai Paesi anti-europeisti a cui guardano i nostri populisti.
Con le prossime elezioni sarà in gioco la natura della nostra collocazione in Europa. Insomma, quelle elezioni decideranno se l’Italia diventerà l’alleato meridionale del Gruppo di Visegrad oppure sarà un Paese protagonista di un’Europa più integrata.
L'Euro è ovviamente parte di questa politica. Non si tratta certo di negare scioccamente i problemi che ancora attendono una soluzione; ma pensare che la soluzione venga dal ritorno al passato con la rinascita delle monete nazionali è folle ed ingannevole.
Ed anche su questo versante, il senso di responsabilità degli elettori gioverà alla comunità nazionale.

Anche sul versante interno il dibattito pubblico è assolutamente modesto, ed è pervaso da retorica e demagogia.
Certo sarebbe bello un Paese con tasse basse, pensioni alte, età pensionabile ribassata, stato sociale generoso e via dicendo. Ma dove si trovano le risorse? Ci rendiamo conto che il debito pubblico è la peggiore zavorra che ci portiamo dietro e che costituisce un ostacolo per una crescita solida e strutturale del Paese?
Si capisce, non è questo un tema da campagna elettorale, dove le promesse del dare sono la cifra prevalente. Ma nessuna forza di governo potrà a lungo sfuggire da questo nodo che, se non sarà affrontato con una strategia credibile, potrà avere forti ripercussioni sulla tenuta sociale del Paese.
In questi anni, nonostante i buoni propositi, non si è fatto praticamente niente di veramente incisivo per la riduzione della spesa. Ed è stato un errore, giacché sarebbe stato molto più saggio utilizzare le risorse provenienti da una migliore congiuntura economica per ridurre il debito anziché per elargire sussidi.

Altro tema rilevante è quello del processo di riforme, la cui sorte è ovviamente legata all'esito del voto del prossimo 4 marzo. Riforme che qualche risultato lo hanno dato, aiutando il superamento della fase più critica della crisi. Tuttavia ora si avverte un forte clima controriformista nel quale, paradossalmente, anche coloro che i benefici di tali riforme potrebbero intestarsi sembrano voler prendere le distanze da esse. Già, perché il riformismo in Italia elettoralmente non paga e non ha mai avuto fortuna, come la vicenda del referendum sulla riforma costituzionale sta a dimostrare.
Comunque, anche qui gli attori in campo non offrono le medesime prospettive; sono da scartare - in una scelta di voto responsabile - proposte semplicistiche ed impraticabili.

Infine, ma non certo ultimo di importanza, il tema dell'immigrazione, sicuramente complesso e, come in varie occasioni ho avuto modo di dire, mal gestito in questi anni, e non solo dai nostri governi.
Ciò detto, occorre stare molto attenti a non affidarsi a "idee semplici e passioni elementari", che possono mietere buoni consensi elettorali, ma che si mostrerebbero impraticabili alla prova concreta.

Concludo questi miei pensieri rammaricandomi che i temi veri, quelli che segneranno il nostro futuro, sembrano assenti dal dibattito pubblico di questa campagna elettorale. IL focus viene posto su altro, e anche i drammatici fatti di cronaca hanno dato una mano.
Ma ignorare i problemi non aiuta certo a risolverli, anzi aiuta ad incancrenirli. E il livello del dibattito pubblico di questi mesi non è certo incoraggiante.
In questa zona grigia diventa inevitabile la scelta del meno peggio. Una scelta di responsabilità verso il Paese, che premi coloro che, sui fondamentali, siano ancorati agli orizzonti futuri e non ripiegati su un passato che può suscitare qualche nostalgia ma che non potrà certo offrirci gli strumenti per affrontare le sfide che ci attendono.

Un voto che, al di la della delusione e, diciamolo con chiarezza anche della rabbia, esprima, con senso di responsabilità, la consapevolezza della vera posta che l'Italia si giocherà con le elezioni del prossimo 4 marzo.

Lucca, 13 febbraio 2018

Torna all'indice dei documenti
Torna alla prima pagina