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Il Giorno del Ricordo. - Le foibe e l’esodo giuliano-dalmata: una storia per decenni rimossa

di Paolo Razzuoli

Il Giorno del ricordo è una solennità civile nazionale italiana, celebrata il 10 febbraio di ogni anno.
Istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92, essa vuole conservare e rinnovare «la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».
La data prescelta è il giorno in cui, nel 1947, fu firmato il trattato di pace che assegnava alla Jugoslavia l'Istria e la maggior parte della Venezia Giulia.

Fu una tragedia che si consumò prevalentemente alla fine della seconda guerra mondiale mentre sull’Europa già soffiavano i venti della pace.
Il primo maggio del 1945 le truppe di Tito raggiunsero per prime Trieste mentre i neozelandesi (esercito britannico) arrivarono nel capoluogo giuliano il giorno dopo.
Trieste fu l’unica città europea a essere liberata da due eserciti! Ma tutto questo non impedì la tragedia di tanti italiani arrestati dai soldati di Tito e condotti nei campi di concentramento in Slovenia oppure infoibati a Basovizza o Opicina, appena fuori Trieste.

Non erano certamente tutti fascisti coloro che finirono nelle foibe carsiche. Tra di loro c’erano anche antifascisti del CLN che avevano combattuto fino a pochi giorni prima contro fascisti e nazisti. Anzi in alcune realtà come Pola la reazione jugoslava si abbattè pesantemente sulla classe operaia italiana dei cantieri navali.

L’obiettivo di Tito era non tanto colpire il fascismo morente quanto colpire l’italianità di Trieste e della Venezia Giulia per slavizzare il territorio con più facilità e inserirlo nella nuova compagine jugoslava.

Alla fine, dopo quaranta giorni (1 maggio-12 giugno ’45), le vittime di questa terribile mattanza furono circa 5.000.

Quando Truman, presidente degli Usa, ordinò a Tito di sgombrare la Venezia Giulia e Trieste moltissimi triestini e giuliani furono liberati dall’incubo di essere gettati vivi o morti nelle foibe oppure di essere deportati nei campi di concentramento del nuovo regime jugoslavo.

Ma il dramma di queste terre di confine non finì qui perché subito dopo riprese con grande forza l’esodo dalle terre che il trattato di pace del 10 febbraio del 1947 faceva diventare jugoslave.
Furono più di 300.000 i profughi giuliano-dalmati in un arco temporale che va dall’esodo da Zara (1943) fino ai primi anni '50.
In Italia furono accolti con diffidenza e pregiudizio; molti italiani dell’epoca non sapevano se considerarli italiani o meno.
La sinistra comunista e socialista, allora saldamente arroccata su posizioni filo-sovietiche, li considerava fascisti e/o nazionalisti, che abbandonavano il "paradiso terrestre" di una patria comunista, quella quindi per cui loro si stavano battendo in Italia.
per altri, la diffidenza affondava le radici nella grave situazione sociale di allora. Infatti, la disoccupazione, la miseria e la fame, regnavano in ampi strati della popolazione. Le opportunità di lavoro erano poche, per cui chiunque venisse a condividerle era visto con rancore.

In realtà si trattava di una comunità che pagava di persona (perdita delle proprietà e della propria identità) una guerra voluta dal fascismo e dalla classe dirigente italiana per i propri obiettivi imperialistici.
Per alcuni, l'Italia fu solo una tappa intermedia di un viaggio assai più lungo; per altri si aprì un periodo, che durò vari anni, di permanenza in campi profughi nei quali la vita non era certo agevole. Non mancarono comunque attenzioni legislative verso i profughi, nè atteggiamenti di solidarietà da parte della popolazione.
Grazie anche allo straordinario sviluppo economico che il Paese visse nel secondo dopoguerra, gran parte di essi riuscirono a costruirsi una buona qualità della vita, nelle nuove realtà in cui il destino li aveva condotti.

Il momento più drammatico dell’esodo fu quello vissuto da Pola nell’inverno del 1946-47 quando un’intera popolazione (28.000 abitanti su 32.000) lasciò in pochi mesi la città istriana che il trattato di pace faceva diventare slava.
A coordinare il trasporto dei profughi con il piroscafo Toscana, verso le coste italiane, De Gasperi chiamò Giovanni Carignani, parlamentare lucchese ed esponente di primo piano della vita pubblica cittadina dell'immediato secondo dopoguerra.

Ma che cosa sono 28.000 persone? Sono anche mestieri, professioni, identità, singoli individui con le loro storie personali che se ne vanno al di là del mare, verso l’ignoto. Questa testimonianza di Nelida Milani, una giovane polesana, ci dà il senso della scomparsa di un’intera comunità.

“Ricordo il suono dei martelli che battevano sui chiodi, il camion che trasportava la camera da letto di Zia Regina al molo Carbon, avanzando tra edifici mortalmente pallidi di paura, e tutti gli imballaggi che si infradiciavano nella neve e nella pioggia.
La grande nave partiva due volte al mese, dai camini il fumo saliva al cielo come incenso e insinuava negli animi il tormento sottile dell’incertezza e l’ombra dell’inquietudine; ognuno si sentiva sempre più depresso dall’aria di disgrazia che aleggiava sugli amici che si incontravano per strada.
Via via il “Toscana” aveva infornato tutti i polesani: le famiglie bene, il farmacista, l’ufficiale che ha sposato la cecoslovacca, il dentista che ha sposato l’ungherese, il cantante che ha sposato la slovena, il professore d’inglese che ha sposato l’italiana, la vedova di un ebreo, la bella Vanda che riceveva i soldati americani, l’ubriacone che, caldo della grappa in corpo, scioglieva la neve dove cadeva disteso, il vecchio suonatore di rimonica seguito dal suo bastardino, le sorelle Antoni che imbarcavano anche il padre moribondo, pur non potendo ragionevolmente pensare che il vecchio sarebbe tornato come speravano per se stesse, e neppure avrebbe raggiunto la destinazione che si erano proposte.
Era partito anche il parroco di Gallesano, trascinandosi dietro un cassone pieno dei testi più amati, Sant’Agostino, Santa Teresa, e annunciando la fine del mondo per la domenica successiva. Centinaia di gallesanesi ci credettero. Ma quando videro che non era successo niente non si arrabbiarono come si poteva immaginare. Pensarono che il prete avesse fatto male i calcoli e la maggior parte non smise di credere in lui.
Partì il mondo dei mille mestieri, l’operaio e l’artigiano, il contadino e la tabacchina, l’ortolano, il bandaio, il carraio, l’impagliatore, il bottaio, il fornaio, il muratore, il veterinario: partirono gli operai di fabbrica, i fonditori, i fabbri, i meccanici della K. Und Marine Arsenal, i motoristi e i tornitori di Scoglio Ulivi, i falegnami e i calzolai, lo stagnino, la rammendatrice, il pastaio, il barbiere, i garzoni di bottega, i pescatori con odore di salsedine, di ostriche e di alghe, i minuti artigiani di ogni cosa, dal vino ai mattoni, dal sego ai vetri, dai cappelli ai nastri, dalle paste alimentari al saldame, dalle barche ai libri, dall’opera lirica ai giornali.

Partirono i padri dei ragazzi partigiani e poi anche gli ex partigiani.
Invano avevano tentato di far fronte a una civiltà incomprensibile. Che cosa avevano fatto per meritarsi quel mondo in cui sentivano di non avere alcuna possibilità di condurre una vita piena, realmente umana?
Per noi che restavamo, era l’inizio di una nuova era. Dopo, infatti, le cose non sarebbero mai più state uguali, né facili”.

Strage delle foibe ed esodo istriano, vicende drammatiche che sembrano inverosimili per noi che da oltre settant'anni stiamo vivendo in pace. Una condizione di cui l'intero continente europeo non ha potuto beneficiare, come i fatti della penisola balcanica degli anni '90 hanno purtroppo dimostrato. E' stata quella una vicenda che, per situazioni di estrema crudeltà perpetrate anche ai danni di civili inermi, è sembrata riportare indietro le lancette della storia, a situazioni di quelle terre durante la seconda guerra mondiale. Per certi versi è sembrata un epigono di queste, quasi un regolamento di conti allora lasciati in sospeso.

Ma crudeltà ed esodi non mancano purtroppo nemmeno nell'attualità del tempo che viviamo, come attestano le drammatiche condizioni in cui vivono ampie fasce della popolazione siriana, iraqena, e di altre terre insanguinate da conflitti.
Il Giorno del ricordo, certo focalizzato sulle vicende del nostro confine nord-orientale, al di là del suo significato commemorativo ci offre l'opportunità di riflettere anche sul nostro tempo, e ci interpella sulla necessità di saper trarre lezioni dalla storia affinché tanta crudeltà e tanta violenza non abbiano più a ripetersi.

Lucca, 8 febbraio 2018

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